Il nido dove mia madre mi ha cresciuto è l’amena città “del vento e del macigno”, famosa per la sua storia: etruschi, romani, vescovi, Medici e famiglie signorili annesse. Famosa per i calanchi: “fenomeno geomorfologico che si produce per l’azione delle acque dilavanti su rocce argillose degradate etc etc etc..”
Famosa, per i matti.
“Ah te sei di Volterra? dove c’è il manicomio no?”
- “No, c’era”
“Ah, e ora tutti quei matti dove stanno? a giro per la città?”
Mio nonno lavorava al manicomio di Volterra, io non lo ricordo, mi ricordo solo di quando, una volta chiuso, andavamo a giocare all’ormai ex ospedale psichiatrico, a fare prove di coraggio, a portarci le prime ragazze per farle spaventare, ma forse eravamo noi i più spaventati, io di sicuro.
Ricordo i racconti di mio nonno, e ricordo i matti. Quelli “inoffensivi” che giravano su e giù nella zona dell’ospedale, che trovavi per strada, nei bar, con il loro parlare da soli, fare linguacce con la loro testa che viaggiava chissà dove.
Io li guardavo… e ridevo.
“il matto fa ridere in piazza e piangere in casa” dice un proverbio veneto.
L’ho imparato ad Arezzo, vedendo uno spettacolo teatrale, l’ho imparato parlando con un’attrice.
Ho pensato a mio nonno, ai matti di Volterra e al fatto che alle famiglie di quei matti io non avevo mai pensato.